Riceviamo e pubblichiamo una lettera inviata dal “Gruppi Uniti … Giustizia per le Vittime della Strada”, destinata a tutti i familiari vittime della strada.
NOI VITTIME DELLA STRADA - Ai genitori derubati dei propri figli....ma anche a chi non può capire....voi non avete colpa!!!.... non dobbiamo vergognarci di condividere e mettere a nudo il nostro dolore... è un modo per arginare quella ferita dell'anima che sanguinerà per sempre!!
Non siamo mostri, ne pazzi, e neppure malvagi!! Ma un dolore così grande esaspera le emozioni e i sentimenti. Tutto diventa difficile e faticoso... Vivere è una gran fatica... per cui lasciamo defluire dalla nostra anima ogni sentimento, anche il più negativo... ci aiuterà ad alleggerire la nostra fatica!!
PERDERE UN FIGLIO - Quando ti succede, è come se un pezzo di te stesso venisse strappato e portato via. Con quel figlio, desiderato, atteso, portato alla luce e cresciuto, se ne va il suo e il tuo futuro, le sue e le tue aspettative, la voglia di vivere dei suoi anni. E’ l’anticipo della fine... Con lui si spezza la catena dell’immortalità delle generazioni... Non avrai più la possibilità di prolungare la tua vita attraverso la sua! Dentro di te cresce un dolore mostruoso, lancinante, impossibile solo da immaginare, meno che mai da sopportare.
L’angoscia ti scivola dentro l’anima, e l’affoga come acqua torbida. Non può essere vero, non può essere mio figlio! Poi…. confusione, incredulità, inconsapevolezza ed incoscienza, tuttavia la realtà ti impone scelte da fare, cose da organizzare… E stai in piedi…e ascolti… tante parole, altrettanti consigli. Parole non richieste, consigli non voluti. Parole che fanno male, consigli inaccettabili. Capisci che nelle intenzioni c’è il desiderio di aiutare una famiglia che soffre, ma si sa, il dolore degli altri è più facile da sopportare, e dunque diviene naturale dispensare parole o consigli che arrivano a essere crudeli.
Poi…quelle domande: “come va?”, “come stai?”, che prima risulta-vano banali e necessarie per iniziare un discorso, diventano adesso, una coltellata in pieno petto. Impossibile rispondere, impossibile spiegare. Non si può capire se non si è provata la stessa terribile esperienza. Ormai, rispetto agli altri si vive su pianeti diversi. Il modo di elaborare e accettare il dolore è individuale. Non esistono ricette o medicine, e ognuno reagisce come può al proprio dolore, vivendolo più o meno intensamente, e cercando lentamente e faticosamente una strada per sopravvivere.
Ti accorgi, che più passa il tempo, più diventa difficile passare di fronte a un letto vuoto, non sentire più la sua musica preferita, sedere accanto a un posto vuoto a tavola, non sentire più nemmeno urlare o litigare. Il litigare dei figli diventa adesso un piacere che ti manca, e che non avrai più! Le strade da percorrere sono diverse, e ognuno affronta il problema come ne è capace, come gli consiglia l’istinto di sopravvivenza.
Prima rimuovi completamente l’accaduto, poi, con immenso coraggio, recuperi da quel cassettino dell’anima il fatto… e lo elabori: con la ragione (assai doloroso, poiché si innescano i perché, i ma, i se, e ti ritrovi in una spirale soffocante)con il cuore (e ti accorgi che non ce l’hai più, perché l’hai chiuso nella bara con tuo figlio) con la fede, chiedi alla Madonna di avere cura di tuo figlio, e lo immagini in Paradiso, tra gli angeli, nella pace e la serenità di quel luogo (così come ci è stato sempre descritto), e chiedi timidamente che dia un po’ di pace anche a te. L’ultima ipotesi è l’unica consolante, fino a quando la fede crolla. Questo è quanto si prova!Per il famoso “come va?” e “come stai?” è presto detto!
Hai qualcosa dentro che ti rode continuamente, la tua mente continua a lavorare senza sosta, a girare a ritmi vorticosi in un clima di stanchezza ed impotenza, lo stomaco è spesso chiuso, ma sopravvivi, per te stesso e per chi resta. Anche se spesso, e sbagliando, continui a pensare a chi non c’è più e non a chi è rimasto. Ma è più forte di te!Quanto sono graditi, in questi momenti, i silenzi delle persone che incontri, gli sguardi semplici e partecipi, e non di scrutatori d’anime o peggio di pena e compassione.
Quanto è gradito un banale “Non ho parole”, una fugace toccata di mano, un abbraccio muto, o un semplice “Ciao”.
Dedicato a tutti i familiari vittime della strada.
Mariano Belviso e Stefania Bruno.
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