L’operaio, d’origine putignanese, Francesco Ippolito di 36 anni è stato licenziato dalla Fiat di Melfi, reintegrato su ordine del giudice e regolarmente pagato, però senza lavorare.
Sembra la storia dei tre operai Sata, però non è così. Il protagonista è diverso, il palcoscenico, però, è lo stesso: la Fiat di Melfi. Si tratta di Francesco Ippolito, 36 anni, di Putignano (Bari) ma residente a Lavello (Potenza) - dal ‘95 assunto dalla Sata come sorvegliante. Dal 31 maggio scorso riceve lo stipendio per riscaldare la sedia. La Fiat - muovendosi, a dire di Ippolito, secondo un logica punitiva - lo paga per starsene seduto a guardare gli operai che lavorano nell’unità operativa di stampaggio. Senza alzare un dito.
Tutto ha origine da un episodio di cronaca. Nella notte tra il 7 e l’8 maggio 2009 un camion si introduce nello stabilimento Sata. Il servizio di ronda scopre che non ha le bolle di accompagnamento ed è carico di materiale pronto per essere portato via. L’ennesimo furto alla Fiat. È subito caccia ai responsabili. Alla fine vengono coinvolti nella vicenda tre carrellisti e due sorveglianti, tra i quali Ippolito. Per due carrellisti scattano addirittura le manette, mentre a tutti gli indagati l’azienda presenta il conto: licenziati in tronco.
Le indagini sulla vicenda del furto sono ancora in corso per individuare le responsabilità. Ma nel frattempo proprio i due carrellisti arrestati sono stati scarcerati e reintegrati dalla Fiat su ordine del giudice del lavoro secondo cui "non c’erano elementi a sostegno del licenziamento". Gli operai oggi fanno quello che facevano prima, cioè i carrellisti. Anche Ippolito, difeso dall’avvocato Maria Rita Carlucci, è stato reintegrato ma non nel posto che occupava al momento del licenziamento.
Evidentemente la Fiat non riteneva idoneo al posto di sorvegliante un dipendente sopspettato di furto. Ma nell’ordinanza del tribunale di Melfi con la quale si ordina il reintegro, si smonta il teorema accusatorio: "Non è verosimile pensare - afferma il giudice - che (nel furto - ndr) ci fosse una complicità da parte di Ippolito". L’azienda ha obbedito alla richiesta di reintegro, spostando però l’ex sorvegliante nella catena di montaggio a "mirar le pareti". Come dire: il giudice mi ordina di riprenderti in fabbrica, ma io ti pago e non ti faccio fare nulla. Esattamente ciò che è accaduto a Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli. Con una differenza sostanziale: il caso di Ippolito è passato sotto silenzio. Nessuna visibilità mediatica e, soprattutto, nessuna parola spesa dai sindacati. "Così - dice il lavoratore - mi fanno pagare il fatto di essere stato un sorvegliante, uno sbirro dell’azienda. Siamo stati messi alla gogna dai giornali all’indomani dell’accaduto senza uno straccio di prova. Nessuna delle organizzazioni sindacali si è fatta viva. E il loro silenzio è continuato anche quando il giudice ha ordinato alla Fiat di reintegrarci ravvisando l’inconsistenza delle accuse".
Il braccio di ferro tra Ippolito e l’azienda va avanti. Sono in piedi un ricorso per demansionamento e una denuncia per aspetti retributivi: al momento del licenziamento gli è stato versato il Tfr (trattamento di fine rapporto) per circa diecimila euro. Al reintegro il giudice dispone la restituzione della somma e il pagamento, da parte dell’azienda, degli arretrati. La Fiat calcola che, nel dare e avere, il lavoratore risulta debitore nei suoi confronti di 3.165 euro. A Ippolito i conti non tornano, chiede di capire com’è venuta fuori quella cifra. Ma il Lingotto non vuol sentire ragioni e gli toglie dallo stipendio circa 200 euro al mese.
Morale: da sorvegliante, con un assegno di circa 2.000 euro al mese, si ritrova in catena di montaggio a meno di due terzi della retribuzione.
Massimo Brancati - La Gazzetta del Mezzogiorno
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